Francesca Piva è nata a Piove di Sacco (PD) nel 1992. "Professione: cameriera. Ho vissuto principalmente a Sacca Fisola e Mestre, la mia città natale è Campolongo Maggiore. Studi: lingue e arte. Il mio primo approccio con l’arte fu da bambina quando per la prima volta dipinsi il ritratto di un cavallo con delle tempere, lo conservo ancora con il bianco ingiallito e i colori stesi grossolanamente. Iniziai ad appassionarmi all’arte e alle sue forme di espressione così comprai testi e studiai le tecniche per imparare a disegnare e a dipingere, finché mi accorsi che ciò che più mi ancorava alla pittura era che con essa riuscivo ad esprimere delle emozioni e degli stati d’animo con maggior chiarezza. Quando dipingevo mi sembrava di scaricare tutto quello che non riuscivo ad esprimere con le parole. Con il tempo seguii vari corsi e continuai a studiare la teoria e mi accorsi che con la pittura ad olio esprimevo emozioni forti, quasi palpabili, molto spesso rientravano nella sfera di quelle sensazioni che tendiamo a bloccare o a etichettare come negative: la rabbia la tristezza la malinconia, emozioni che colpiscono dal profondo in maniera molto intensa, sono appiccicose e viscide alle volte oleose e pastose. Quando dipingevo con l’acquerello, invece, cercavo di rappresentare la luce, i colori tenui dei paesaggi o delle architetture, oppure rappresentare l’acqua e i suoi riflessi. Gli acquerelli hanno una texture più delicata che trovo congeniale anche nella contrapposizione di soggetti più espliciti come la sessualità carnale. Una forma meditativa e di autoanalisi che mi estranea dal mondo circostante per portarmi in una dimensione senza tempo dove faccio esperienza del mio sentire."
Opera candidata nell'edizione 2025 del Premio Mestre di Pittura.
Questo dipinto esprime la vulnerabilità e la solitudine che ho provato nella relazione tossica e violenta con il mio ex ragazzo. Una forma umana stilizzata che potrebbe essere ognuno di noi, consumato, magro con delle gabbie nel torace e nella testa. I punti più colpiti dalla violenza psicologica e fisica, la difficoltà e soprattutto la vergogna di esporsi in questo stato al mondo. Quando si recita il pubblico ti giudica, ti osserva e punta gli occhi su di te, quando si affrontano queste relazioni la responsabilità è spesso data alla vittima mentre il carnefice sta dietro alle quinte, nessuno sospetta nulla e non vede il lavoro di manipolazione che è stato messo in moto prima di far andare in scena lo spettacolo. Finzione, fatica, eterni monologhi con te stessa per provare e riprovare a parlarne con qualcuno e finalmente esporsi combattendo la paura del pubblico.
Francesca Piva, Il monologo,
2024, olio su tela, 70 x 50