Giancarlo Pesci è nato a Montefiascone nel 1973, vive e opera a Marta, sul Lago di Bolsena, e svolge la professione di architetto a Viterbo. Dopo il diploma al Liceo Artistico consegue la laurea in Architettura presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Sviluppa un percorso artistico autodidatta che nel tempo ha definito una ricerca figurativa personale, fondata su una visione narrativa e simbolica della contemporaneità. Ha partecipato a numerose esposizioni in Italia e all’estero, tra cui ArtExpo – Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea (San Donà di Piave, Venezia, 2015); mostra presso la galleria del Terme Beach Resort di Punta Marina (Ravenna, 2018), a cura di Andrea Petralia; “Art-Hug Abbraccio d’Arte” presso il Museo Mastroianni di Roma (2019); mostra collettiva a Villa Gualterio (Bolsena, 2021); collettiva presso Lavra Art Gallery di Kyiv (2022); “A forza di essere vento” presso OnArt Gallery di Firenze (2024); partecipazione alle fiere Arte Padova (2024 e 2025) e al Premio Mestre di Pittura 2026. Dal 2026 aderisce al Movimento Arcaista, condividendone la tensione verso una rilettura contemporanea delle radici simboliche e culturali dell’arte.
Opera candidata nell'edizione 2026 del Premio Mestre di Pittura, selezionata con merito.
L'opera propone una visione stratificata e atemporale del conflitto armato, in cui epoche storiche differenti convivono all'interno di un unico spazio pittorico. Al centro della composizione si erge una croce, intesa non come simbolo salvifico, ma come asse visivo e concettuale attorno al quale la violenza umana si riproduce ciclicamente. La scena non rappresenta un evento specifico, ma una condizione ricorrente della storia: la guerra come rituale, legittimato, trasmesso e rinnovato nel tempo. Armature medievali, soldati contemporanei, bombardamenti e civili si sovrappongono senza gerarchie temporali, suggerendo una continuità che annulla ogni illusione di progresso morale. La scelta di una figurazione densa e corale restituisce alla pittura una funzione testimoniale, opponendosi alla frammentazione e alla neutralità dell'immagine contemporanea. Il corpo del Cristo, presente ma non dominante, diventa figura assorbita dal caos umano: icona svuotata, testimone silenzioso, simbolo continuamente riutilizzato per conferire senso alla violenza. In un contesto storico segnato dal ritorno del conflitto armato come elemento strutturale del presente, l'opera si colloca come dispositivo critico, invitando lo spettatore a confrontarsi con la persistenza della guerra nella costruzione culturale e simbolica dell'Occidente.
Giancarlo Pesci, Le ombre del tempo, la guerra infinita,
2025, Olio e acrilici su tela , 100 x 120