Giuseppe Matera è nato ad Acquaviva delle Fonti (BA) nel 1999 e vive a Roma. La sua pratica artistica include diverse discipline, spesso radicate nella tradizione. Nel 2023 ha conseguito la laurea triennale in pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Roma, dove prosegue gli studi magistrali. Fin da piccolo è affascinato dagli animali e dal mondo del paranormale e dell’occulto. Questo si riflette nella scelta di incentrarsi su soggetti di natura non terrestre, ricollegandosi al passato – attraverso la tecnica e, talvolta, anche tramite il genere della natura morta – per indagare la percezione della realtà, con forme, colori e texture che svelano spesso un carattere sessuale. I tre parametri attraverso cui percepiamo la realtà vengono destrutturati e ricombinati, generando figure aliene immerse in atmosfere stranianti, ma capaci di attrarre lo spettatore. Questa ricerca coinvolge anche altri linguaggi espressivi, pur avendo nella pittura il mezzo principale, per le sue potenzialità intrinseche. Nel 2018 è stato assistente alla scenografia per lo spettacolo teatrale ME-DEO: una voce umana di Armando de Ceccon. Nel 2022 una sua stampa è stata pubblicata in una raccolta a tiratura limitata, edita da Il Laboratorio/le edizioni. Nello stesso anno ha partecipato a una mostra collettiva presso UNAGaleria di Bucarest, e nel 2023 alla collettiva Lézardes a Bruxelles. Nel 2023 e nel 2025 ha preso parte al programma Erasmus, studiando rispettivamente a Bruxelles e a Cluj-Napoca. Nel 2024 è stato assistente alla direzione artistica del cortometraggio Estate di Alessandro Montone e assistente di laboratorio alla Scuola di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Roma; ha ricevuto inoltre un attestato di partecipazione con merito al Premio Mestre. Nel 2025 è stato invitato alle collettive DA A AD A (Istituto Polacco di Roma) e A Gathering of Souls (Temple University Rome).
Opera candidata nell'edizione 2025 del Premio Mestre di Pittura, selezionata con merito.
Il dipinto nasce dallo spunto offerto dalla visione di alcuni pavimenti a mosaico in stile veneziano, presente in alcuni palazzi del centro di Roma. In uno di essi vi erano presenti degli animali, tra cui un fagiano. Un simbolismo legato al tema della prosperità e dell'abbondanza, per via delle caratteristiche intrinseche a questi animali, tra l'altro tra i più tipici soggetti di caccia da parte dell'uomo. Il quadro mostra in primo piano quattro soggetti organici. I rossi delle loro superfici danno l’idea di carne in putrefazione o spellata, o di strane forme di vita non terrestre. Le quattro figure, radunate attorno ad una base centrale, occupano la porzione centrale del dipinto: due di esse sono accasciate sul pavimento, mentre le restanti si ergono, anche se non è possibile capire se e quali siano prive di vita o meno. Le forme dei loro corpi sono state liberamente ispirate a quella dei fagiani – in particolare quelli arrosto, pronti ad esser consumati sulla tavola. I soggetti, riuniti attorno all’elemento centrale che spicca dal pavimento, paiono un gruppo coeso, quasi come fossero amici o familiari; c’è un senso -seppur straniato- di comunità, la quale è una caratteristica degli stessi fagiani, poiché animali dotati di un forte senso di appartenenza, che nel loro caso si traduce non tanto con un senso di comunione con un gruppo di suoi simili, quanto di appartenenza alla terra locale. Il fagiano è infatti un animale che non ama volare, e quando vola lo fa per brevi distanze, sollevandosi di qualche metro dal suolo, e preferendo invece cercare nutrimento sul terreno, nascondendosi tra la vegetazione e mimetizzandosi per prevenire possibili agguati nemici. Queste caratteristiche di tale uccello hanno trovato un parallelo con i soggetti umani raffigurati nella pittura di genere: essa, diffusasi tra XVI e XVII secolo in Olanda così come in Italia, individui comuni immersi nelle loro attività quotidiane venivano ritratti in opere che spesso accentuavano la loro umile condizione di vita, il loro senso di aggregazione familiare attorno ad un pasto frugale, tra le mura domestiche, con un mix tra l’espressione di sentimenti e affetti umani e un senso di restrizione, di limitazione fisica e mentale, di una condizione in cui il soggetto è stato passivamente e attivamente l’artefice della sua vita, in cui spesso “non ce l’ha fatta” – considerando che in quell’epoca la “scalata sociale” del mondo contemporaneo non era cosa pensabile. Dunque, un mix di opposti, due modi differenti ma complementari di guardare agli stessi individui, presenti non solo nella pittura di genere ma spesso anche nella società contemporanea, e che qui trova una traslazione simbolica e alienata nei soggetti del dipinto. Questi soggetti organici trovano in questo modo una relazione con il senso di intimità e limitazione presenti nella pittura di genere, grazie a quel tavolino di legno dei dipinti antichi che viene ora trasformato nella base metallica intorno alla quale sono posizionate le figure, e allo spazio tetro, chiuso e asciutto che le ingloba, così come la piattaforma che si intravede in primo piano e che continua alle spalle delle creature, rendendoli quasi attori su di un palco ed enfatizzando la teatralità della composizione.
Giuseppe Matera, Everyday,
2025, olio e fusaggine su tela, 120 x 150